mercoledì 20 giugno: HAVAH

Non spendo troppe parole per dire chi o che cosa è HAVAH, perché tanto lo potete leggere laggiù, sulla punta dello stivale. Quello che dirò è che pur di havere HAVAH lo ho tampinato per giorni e settimane, che è un po’ una citazione. Io gli scrivevo su facebook e lui all’inizio mi rispondeva che mica lo sapeva se ci veniva a musica sigillata, perché, a suo modesto parere, la versione site specific del progetto poteva fare cagare. Ma io gli ho detto di provare e lui allora ha detto ok. Poi però gli ho scritto fortissimo per fare il programma e lui non mi rispondeva, quindi alla fine l’ho messo in calendario lo stesso in un giorno a caso e a quel punto lui mi ha detto “quel giorno non posso”. Però, visto che io HAVAH lo volevo a tutti i costi come il dentifricio la mattina, ci siamo messi d’accordo per mercoledì 20 giugno, sempre alle 20.00 minuto più minuto meno. Il che vuol dire che quella settimana ci saranno due musiche sigillate, una dopo l’altra. Il programma bisogna portarlo alla SIAE. E dopo tutta questa fatica, quando Tihana ha portato il programma alla SIAE, probabilmente mentre aspettava il suo turno canticchiando We are the champions o un’altra canzone dei Queen, le è caduto l’occhio sulle date e ha pensato “Ma come è possibile che ci siano due concerti in due giorni consecutivi?” E quindi, sentendosi abbastanza un supereroe, ha detto alla SIAE un altro giorno a caso. Comunque HAVA è al Rubik di Via Marsala 31/d mercoledì 20 giugno. Che tampona giovedì, quando invece ci sono i Phidge. (questo però ve lo dico domani)

Havah è il nome palindromo delle velleità pop shoegaze di Michele Camorani, batteraio della più importante band screamo della terra, capo delle grafiche di Serimal e responsabile di molte ottime cose successe sulla costa adriatica in ambito punk. Punk in senso lato. Anche costa adriatica in senso lato.
Dopo la cassetta HdemoH (2009) e Adriatic Sea No Surf dell’anno scorso (entrambi inlibero download), esce , il nuovo album intitolato Settimana. Ecco le consegne: un brano per ogni giorno, una prece serale al dì cantata a voce riverberata, tonalità funerea e recitato in italiano, stando rintanati in cantina tra dischi di new wave tricolore e chitarre post-punk, a disegnare con la mente offuscata coretti oh-oh-oh di un surf californiano. E aspettare, ché “aspettare per me non è mai stata una questione di pazienza, ma di follia”.” (La Belle Epop)

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